IL PUBBLICO MANCATO DI LICHTENSTEIN

Roy Lichtenstein è un artista in parte già presente nell’immaginario collettivo, come egli stesso denunciò nella sua eloquente dichiarazione: «In quasi mezzo secolo di carriera ho dipinto fumetti e puntini per soli due anni. Possibile che nessuno si sia mai accorto che ho fatto altro?». Non è il caso dell’ottimo Direttore della GAM Danilo Eccher, curatore della mostra, che invece si è accorto eccome della complessità della produzione del grande artista americano. Eppure, visitando Opera Prima, abbiamo rilevato una distanza rispetto a quello che noi amiamo definire il “visitatore puro”, che si traduce in un’occasione mancata di attrarre un pubblico eterogeneo e non avvezzo alla frequentazione dei musei, come invece accaduto per la mostra su Renoir.

Attirato da una locandina vincente, con Girl with Hair Ribbon (Study) del 1965 e uno sfondo bianco e giallo, che richiama subito alla mente i quadri dalle dimensioni enormi, le onomatopee a tinte forti e i retini tipografici, il nostro si troverà catapultato in un allestimento colorato ed attraente, pop a tutti gli effetti, ma dovrà scontrarsi con una scelta curatoriale che gli richiederà una preparazione che egli non ha. Opera Prima presuppone che il visitatore conosca già, o comunque sia immediatamente in grado di cogliere, i periodi stilistici di Lichtenstein, esige che abbia chiari in mente gli “originali” Monet, Picasso, Mondrian o Dalì che l’artista traduce nel proprio linguaggio espressivo. Non solo, ma egli dovrà essere anche in grado di ricordare le opere dello stesso Lichtenstein, scaturite dai disegni preparatori presentati in mostra.
Opera Prima ci ha restituito immediatamente l’importanza che ebbero nell’evoluzione di Lichtenstein le riflessioni sull’arte, permeate dalla giusta dose di ironia, pur essendo egli di contro un artista estremamente serio. Tuttavia, condizionati dall’essere professionisti della comunicazione, ci troviamo ad insistere proprio suLichtenstein_Monetquel “visitatore puro” e proviamo a riguardare la mostra attraverso i suoi occhi. Nel caso delle riproposizioni dei grandi maestri, come potrà non desiderare vedere riprodotta da qualche parte lungo il percorso un’immagine che gli illustri “l’originale”? O anche solo una parte di essa, magari sulla parete stessa su cui è esposto il Lichtenstein? E lo stesso non si sarebbe potuto fare rispetto ai disegni preparatori delle sue opere più popolari, soprattutto nel caso di grandi tele? Non “falsi didattici”, ma fondali, falsi piani, codici QR ed altri espedienti allestitivi capaci di arricchire attraendo, senza per questo arrivare alle brutali spettacolarizzazioni e agli allestimenti alla Disneyland nei quali ricadono già troppe istituzioni al giorno d’oggi.

Non sarebbe, insomma, possibile una giusta via di mezzo tra l’esposizione elitaria che respinge un pubblico non specializzato e lo svilimento dell’arte, che in realtà nulla restituisce al pubblico e tanto male fa alle opere e alla storia? Oggi più che mai la missione delle istituzioni culturali dovrebbe focalizzarsi sul riuscire ad attrarre proprio quel pubblico tanto refrattario all’arte e alla cultura, ma che è anche lo stesso capace di fare ore di coda per vedere una mostra su Renoir.

In 250.000 hanno visitato Renoir e, girando tra le sale gremite di gente, si potevano udire candide dichiarazioni di prime volte al museo da parte di visitatori decisamente âgée. Certo, l’Impressionismo è molto popolare, ma non lo sono forse anche Topolino e gli orologi di Dalì? Dunque, questo, a nostro modesto avviso, dovrebbe essere il punto di partenza oggi. Non spettacolarizzare, ma dialogare con il pubblico più puro, porsi al suo stesso livello con rispetto e trasparenza, attirarlo e trasmettergli contenuti elaborando linguaggi nuovi, facendogli sentire che non vi sono distanze né vuoti incolmabili, ma solo mondi interessanti ancora tutti da scoprire.

Riempiendo teatri e musei daremo a questo Paese una possibilità di rinascere. Di questo siamo più che convinti, ma bisogna ripartire da un linguaggio nuovo accettando il fatto, che, purtroppo, moltissimi hanno avuto accesso all’arte solo tramite la scuola dell’obbligo, dove però essa è stata relegata ad un ruolo marginale già da troppi decenni.


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