CORPORATE STORYTELLING: LA PROVA CHE NON CAPIAMO L’INGLESE E NON CI RICORDIAMO PIÙ LA NOSTRA LINGUA

Qualche giorno fa ricevo una newsletter nella quale mi si offre un corso intensivo di “Corporate Storytelling – Sviluppare strategie di narrazione per brand e imprese“. Strabuzzo gli occhi, mi faccio scappare una risata e clicco sul link.

Ed eccolo lì, il corso, con i suoi contenuti e la sua docente esperta. Nella descrizione si citano, immancabili, Confucio ed Aristotele, ma anche Richard Branson e Steve Jobs (perché oggi non esisti se non ti riferisci a Steve Jobs anche quando scrivi al medico della mutua per chiedere una ricetta).

Devi avere i giusti riferimenti se vuoi essere un vero consulente di comunicazione.

Chi vi scrive, ovviamente, non lo è, essendo portavoce di Blick, agenzia figlia di una concezione che mette al primo posto la qualità ed ammette le citazioni solo se supportate da una reale conoscenza… Se, infatti, il vero consulente di comunicazione di oggi potrebbe essere paragonato ad un hipster, la sottoscritta si iscriverà nella categoria dei peggio sfigati, quelli che nell’immaginario collettivo sfoggiano la forfora sulle spalle e i maglioni degli anni ’80, portati accuratamente solo nei periodi in cui gli anni ’80 sono considerati la nemesi della moda.

Tornando al nostro corso intensivo, ci imbattiamo nell’importante descrizione, che ci ricorda come lo Storytelling sia finalmente una disciplina affermata nel marketing e nella comunicazione d’impresa. Effettivamente si tratta di una vera rivoluzione, giacché fino a pochi mesi fa svolgevamo la nostra funzione di consulenti graffiando con pietre acuminate le pareti delle caverne in cui avevano sede i nostri uffici. Non conoscevamo la parola scritta ed eravamo soliti comunicare con i giornalisti tramite suoni gutturali: “guuugguuuu grrrronk sbludruuuu!” (trad. Le confermo l’intervista per domani nel momento in cui il sole sarà alto in cielo!).

time_consumingLa presentazione dei contenuti del corso ci apre un mondo, fatto di: “Storytelling animals” (punto sul quale si potrebbero fare numerose, ma troppo scontate, battute), “Storylisteners” (ah, se solo questa categoria fosse già esistita ai tempi dei fratelli Grimm!), “narrazione vs informazione” (ergo? Narro, dunque non informo?), “Storytelling e creative writing”, “narrazioni transmediali” e così via, in un articolato elenco suddiviso in due parti, con tanto di testimonianze eccellenti.

C’è da rimanere basiti. Di cosa stiamo parlando? Ma soprattutto, i professionisti per i quali è stato ideato il corso, come diavolo avranno lavorato finora?

Corporate Storytelling non significa altro che Raccontare Storie d’Azienda. E non è forse ciò che un consulente di Comunicazione Istituzionale d’Impresa sarebbe demandato a fare dal mattino alla sera? Non è forse ciò che, usando linguaggi in parte differenti, dovrebbe fare anche un esperto di marketing, di CSR, un grafico, un pubblicitario? Raccontare una storia non vuol dire altro che trasmettere un contenuto ricorrendo ad un linguaggio, un’esperienza, un percorso accattivanti per chi ascolta.

Nella comunicazione istituzionale d’impresa la storia dell’imprenditore da sempre viene messa accanto ai dati societari: ai numeri si accompagna il sogno, il racconto delle peripezie che il nostro ha dovuto affrontare. Ciò detto, la vera differenza la farà la qualità dell’intermediario stesso!

Il consulente di comunicazione è l’interprete che mette in comunicazione l’Azienda con i suoi pubblici di riferimento (che includono, quasi sempre, anche i media). Un consulente che non abbia puntato tutto sulla qualità sortirà lo stesso effetto dell’interprete per i non udenti del funerale di Nelson Mandela, che in realtà non conosceva il linguaggio dei segni e creò uno scandalo internazionale.

La comunicazione, che sia istituzionale d’impresa, di prodotto, digitale o di qualunque altra natura essa sia, per risultare efficace e per fare il reale interesse del cliente, come della rispettabilità della nostra professione, deve essere di qualità.

La qualità si ottiene mediante una semplice combinazione di ingredienti che, avendo Blick uno spirito caritatevole fuori dal comune, vi andiamo ad elargire di seguito, senza chiedere in cambio alcun compenso.

Innanzitutto occorre saper scrivere e parlare in un Italiano impeccabile, ricordandosi che il congiuntivo non è morto, anzi… Con gli Italiani si deve parlare Italiano. La conoscenza dell’Inglese è un requisito minimo fondamentale: così come non ci si bea di conoscere a memoria la tabellina del 3, non si dovrebbe abusare di termini come conference call e device. La cultura è alla base di qualsiasi professione, va arricchita di continuo e mai esibita. Un consulente di comunicazione deve aiutare il cliente a compiere una selezione su come, dove, quando, perché e cosa convenga dire; deve sapere elaborare una strategia concreta, utile ed intelligente; deve sapere che non tutto ciò che è online è fondamentale e che, per esempio, nell’espressione Digital PR il peso maggiore è dato dalle Pubbliche Relazioni, non dal terreno digitale.

Per concludere, il Corporate Storytelling, come tutte le altre amenità tanto di moda ultimamente nel nostro settore, sembra solo l’ennesima vendita di fumo. In un Paese in profonda crisi di identità, quale è l’Italia, affetto da un’endemica pigrizia che sta portando ad una spaventosa retrocessione culturale e ad un crescente analfabetismo di ritorno, ci riduciamo a cambiare etichetta alle cose che abbiamo sempre fatto – ma che ultimamente avevamo iniziato a fare spesso male – pescando denominazioni oltre Manica od oltre Oceano, per presentarle poi come il segno del progresso che avanza. Peccato che si tratti dell’esatto opposto…

A spese di Steve Jobs e del medico della mutua.


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