RAVA: PROTAGONISTI DEL RESTAURO DEL CONTEMPORANEO

Quel giorno a Washington, quando un restauratore della National Gallery trasformò un panorama notturno di Rembrandt in una giornata di sole, segnò una svolta epocale nella storia del restauro: non solo per la carriera del malcapitato, ma per l’intera disciplina in tutto il mondo. Erano gli anni ’80 e Antonio Rava, nel pieno del suo anno di studi a New York, ne fu uno spettatore privilegiato. Egli poté così vivere in prima persona la moratoria di un anno sollecitata dall’allora Direttore del MET per tutti i restauratori statunitensi, affinché si riunissero in assemblea permanente per riflettere sulle metodologie del restauro, ponendosi il dubbio sulla liceità di ciò che veniva fatto.

Parte dunque dagli esordi del nuovo approccio al restauro dell’arte contemporanea, come della propria lunga carriera (minuto 3:13), l’intervista rilasciata da Antonio Rava, oggi tra i massimi esperti internazionali, ad Emanuela Burgazzoli, conduttrice dell’approfondimento culturale della svizzera Rete Due, “Laser”.

Nella puntata, intitolata Restaurare l’effimero, i due discutono del rapporto tra materiali sintetici e arte contemporanea, dei laboratori a New York nei quali si lavorava sull’espressionismo astratto. Le domande si alternano e si indagano tutti gli aspetti che ruotano intorno a questo particolare segmento del restauro: dal valore quale stimolo attraverso cui si applica un criterio di conservazione (minuto 11:00) al dilemma che si pone al restauratore (minuto 13:40) di fronte ad opere che perdono di funzionalità. Insistere a conservarle o lasciarle deperire? Problema che si fa ancora più drammatico se l’artista ha assegnato un “tempo vita” alle proprie opere.

La chiacchierata prosegue sulle difficoltà (minuto 17:57) nel reperire i materiali originali quando questi non siano più in produzione, sulla necessità talvolta di nascondere la tecnologia moderna all’interno della tecnologia originaria fino a dipinti dati definitivamente per persi, ma rinati. È questo il caso di Flowers di Andy Warhol, ritirato all’asta dalla stessa Warhol Foundation perché troppo ridipinto e male, ma salvato dalla Società Rava grazie ad un delicatissimo lavoro di pulitura, reso ancora più complesso dal fatto di dover rimuovere un acrilico da un acrilico.

Gli esempi ed i nomi si susseguono, nel corso dell’intervista, spaziando da Anselm Kiefer a Mario Merz, da Piero Gilardi a Keith Haring, passando per i neon di Dan Flavin.

L’impronta inconfondibile dell’approccio che contraddistingue lo “stile Rava” emerge sul finale (minuto 22:28), quando la figura del restauratore contemporaneo viene assimilata a quella dello scienziato e viene sottolineata l’importanza della condivisione delle ricerche: perché il restauro è paragonabile alla medicina.

Il restauratore, infatti, non è un artigiano (minuto 24:14): i problemi sono sempre nuovi e così i modi per risolverli, la ricerca cresce incessantemente e ciò che si è imparato durante gli studi, spesso, decade durante l’attività professionale.

Per ascoltare l’intervista completa: Antonio Rava – Radiotelevisione Svizzera.


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