OLIO DEL FRUTTO DI PALMA: OK, PARLIAMONE!

L’attuale battaglia sull’olio di palma sembra somigliare sempre più alle tormentate vicende che nei Paesi occidentali hanno accompagnato il fumo di sigaretta, dopo il momento di sua massima diffusione negli anni ’40 e ’50, quando è documentato che fumassero il 75% degli uomini ed il 30% delle donne. Da allora, queste percentuali sono diminuite molto, in risposta alle intense campagne promosse dalla Sanità Pubblica e dalla legislazione.advertising AIDEPI

Infatti, se negli anni del secondo Dopoguerra si potevano realizzare campagne pubblicitarie per promuovere le sigarette utilizzando immagini di neonati o presunte dichiarazioni a favore da parte di medici, in queste settimane stiamo assistendo all’ultimo ritrovato di una campagna AIDEPI – Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane: «Olio del frutto di palma, parliamone».

Una pagina pubblicitaria dall’immagine curata, ma alla fine poco invitante se si pensa che stiamo parlando di un prodotto il cui derivato viene ingerito, le cui argomentazioni non aggiungono nulla di nuovo al dibattito, anzi fanno tornare alla mente illuminanti servizi di Report e sembrano portare vantaggio più ai produttori Km0 che ai membri dell’Associazione. L’esistenza stessa di una campagna di questo tipo sembra un disperato tentativo di correre ai ripari, reazione penosa ed inefficace a quella che sarebbe dovuta essere una vera e propria gestione di crisi, che si sarebbe dovuta affrontare su vasta scala in modo lucido, secondo quelle che noi di Blick chiamiamo “le regole della casa di vetro”.

Guardandola dal punto di vista dell’Industria che lo impiega, la vicenda olio di palma è un grosso caso di crisi. Caso che è stato trascurato e sottovalutato e che sembra aver ormai superato – o quasi – il punto di non ritorno, oltre il quale l’unica scelta possibile sarà la sostituzione dell’ingrediente. Con il rischio ulteriore di aver innescato un circolo virtuoso tale per cui, se il nuovo olio o grasso impiegato fosse altrettanto dannoso per la salute e per l’ambiente, si scateni in tempi questa volta più brevi un nuovo tam-tam mediatico.

Partendo dalle prime polemiche, cosa si sarebbe dovuto fare per gestire meglio la cosa? Innanzitutto, tirare un sospiro di sollievo! Perché di tutti gli ingredienti discussi che l’Industria spesso utilizza, quali ad esempio lo sciroppo di glucosio-fruttosio (HFCS – high fructose corn syrup, di cui è stato dimostrato il legame con l’insorgere del diabete di tipo 2) o il colorante E150D (sospettato di essere cancerogeno), il caso è scoppiato solo su uno. Se, ad esempio, i riflettori fossero stati puntati in contemporanea su due ingredienti “discussi”, le cose sarebbero state di gran lunga peggiori e si sarebbe creato un vortice di sfiducia potenzialmente insanabile.

Tirato il sospiro, l’Industria avrebbe però anche dovuto capire subito che la scelta di difesa e negazionismo ad oltranza – modello lobby del tabacco – è anacronistica ed inefficace. Si potrebbe obiettare che un tale montare della polemica fosse di difficile previsione, soprattutto poiché interessa prodotti che, per definizione, si rivolgono ad una massa di consumatori tendenzialmente acritica e poco informata. Tuttavia, nel momento in cui le vendite sono iniziate a calare e non è stato più possibile ignorare le proteste, sarebbe stato preferibile optare per una campagna “disinvolta” invece che per una di difesa. Come ironicamente – e saggiamente – suggerito dal Fatto Alimentare: se l’olio di palma è tanto salubre perché non inserirlo negli spot?

E dunque, ai servizi di Report, agli articoli di giornale, ai pareri medici, alle raccolte di firme su Internet, le grandi aziende avrebbero potuto dare (non-)risposte singole, ma concertate, inserendo gli esotici frutti sulle etichette delle confezioni – ad esempio, accanto alle nocciole del barattolo di Nutella – oppure Antonio Banderas nello spot Mulino Bianco avrebbe potuto accogliere un bucolico signore con gli occhi a mandorla, giunto dalla Malesia a bordo di un carretto carico di bidoni dalla linea anni ’50 o di anfore in coccio ricolme del prezioso olio (ricordiamoci che vi è già una gallina parlante, che tra l’altro spesso siede sul tavolo di preparazione dei dolci, in barba a qualsiasi norma igienica, il che sdogana ogni licenza creativa)… Disinformazione per disinformazione, sarebbe stato più efficace portare l’olio di palma sullo stesso piano delle uova, delle farine, dei teli di lino e dei sorrisi felici, renderlo un ingrediente qualunque nell’immaginario del consumatore medio, la cui coscienza sarebbe così rimasta sopita e il cui carrello avrebbe continuato a riempirsi di merendine, creme e snack, come sempre e per sempre.

In un futuro che sembra profilarsi sempre più prossimo, invece, l’Industria che utilizza olio di palma rischia davvero di dover eliminare questo ingrediente, con tutti i costi che ne deriveranno. A quel punto le strade saranno due: sostituirlo con un grasso “buono” oppure sceglierne uno altrettanto scadente, ma non ancora noto ai più. Nel caso di una scelta “etica” si avrebbe un ritorno di vendite positivo, magari conquistando anche qualche consumatore nella fascia dei “semi-critici” e proteggendosi da ulteriori pericolosi focolai di coscienza nella massa dei consumatori acritici. Nel secondo caso, invece, il rischio sarà di trovarsi ad affrontare un’altra crisi nel giro di pochi mesi o anni.

In un mondo (occidentale) e in un Paese (il nostro) che si dibatte tra contraddittorie prese di coscienza, dove spesso gli stessi che vanno a ricercare vegetali biologici a Km0 continuano a vedere nella Nutella un simbolo positivo dell’Italia, dove i bambini sono sempre più sedentari, sviluppano intolleranze ed allergie in quantità, dati alla mano sono sempre più sovrappeso, nessuno sembra essersi posto una domanda.

Riprendendo il parallelismo con le industrie del tabacco: i bambini di oggi, tra 15 o 20 anni, inizieranno a fare causa alle multinazionali per i danni derivati da un’infanzia a snack e barrette di pseudo cioccolato?

La ricerca medica fa passi da gigante di giorno in giorno, probabilmente allora certe correlazioni saranno inattaccabili e se vi saranno percentuali consistenti di trenta-quarantenni con il diabete di tipo 2 o danni al cuore altrimenti inspiegabili, che intenteranno azioni legali collettive… beh, allora sì, sarà interessante vedere le reazioni sul fronte della comunicazione!

E, magari, a qualche ormai anziano pubblicitario lungimirante tornerà in mente quella volta in cui aveva proposto al cliente di inserire l’olio di palma nello spot, ricevendo in tutta risposta una dolorosa beccata sulla mano dalla gallina parlante…


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